
"Poiché non c’è mai rottura nel senso proprio della parola” (R. Guénon)
“Complexus è ciò che viene tessuto insieme, e il tessuto che deriva dai fili differenti diventa uno” (E. Morin)
L’idea di complessità sfugge al nostro sguardo vigile e riduzionista, mentre si rivela ancora nei nostri sogni. E’ l’ormai antica intuizione freudiana. La complessità può essere com-presa. Ma non ridotta ad una istanza ultima. Può forse essere vista a volo d’uccello. Non già veduta statica e oleografica, appesa al muro, estratta dal tempo, ma dinamica e dialogica, reimmessa nel tempo.
Victor Hugo, in
Notre Dame de Paris, sembra essere affascinato dalla complessità, in una veduta
in mobilità della città di Parigi e ci rivela un mondo fatto di brulicanti dis-equilibri, funzioni e dis-funzioni, di intrichi, di ingarbugliamenti, quasi una topografia della complessità:
E quando lo sguardo si spingeva oltre quei ponti, i cui tetti apparivano verdi, ammuffiti innanzi tempo per l’umidità, e si volgeva a sinistra verso l’Università, il primo edificio che lo colpiva era un fascio massiccio e basso di torri, il Petit Chatelet, il cui portico spalancato divorava la cima del Petit-Pont; poi chi avesse percorso con lo sguardo, da levante a ponente, lo spazio tra la Tournelle e la Tour de Nesle, sarebbe apparsa una lunga fila di case dalle travi scolpite, dai vetri colorati, che sporgevano di piano in piano sul selciato in un interminabile zigzag di frontoni borghesi, spesso interrotto dallo sbocco di una via e qua e là anche dalla facciata o dall’ angolo di un altro palazzo di pietra, piantatosi là a suo agio con cortili e giardini, ali e corpo di fabbricato, in mezzo a quel popolino ci case strette e meschine, come un gran signore tra un mucchio di bifolchi. (V. Hugo, Notredame de Paris, Parigi a volo d’uccello).
E’ il disordine interno, microscopico, che alimenta l’ordine macroscopico, l’immagine finale.
Nella volontà progettuale che si delinea nell’idea di VARCO (vie dell’ arte contemporanea) vi è la necessità di pensare e quindi progettare secondo parametri che ci paiono molto vicini all’idea di complessità che si è delineata nel campo della ricerca scientifica ed epistemologica negli ultimi decenni. Nell’abbandono cioé di ottiche puramente riduzionistiche, strategiche e finalistiche, verso l’apertura, la presa in considerazione di parametri ologrammatici, in cui ogni parte ha il “patrimonio genetico” del tutto. Ma ci paiono ancora fondamentali alcune considerazioni di carattere generale. La progettazione nell’ambito della complessità, ammesso che sia proponibile il
pensare di pro-gettare la complessità, si pone in un orizzonte in cui il limite di colui che agisce (progetta) singolarmente, e quindi la sue qualità intrinseche, individuali, siano possibilmente superate dall’emergenza di proprietà inattese, o non completamente deducibili, risultato dell’interazione, della relazione, positiva e negativa, dei vari singoli individui che progettano. Tale interazione non è da intendersi come assolutamente regolata, in equilibrio, ma operante e vivente anche secondo strutture dis-ordinate e dis-omogenee. Sistemi non-equilibrati danno vita spesso a conformazioni e strutture altamente ordinate, questa è una delle lezioni della fisica contemporanea. Anche se non operiamo nel campo della fisica, vorremmo affiancarci ad esso, e pensare che sono proprio le funzioni che regolano il nostro campo di attività o indagine, che vogliamo lasciar libere di conformarsi, di accoppiarsi, disgiungersi, nascere, morire, in una libertà di movimento, in un sistema aperto in cui opera il concetto di circolarità, di feed-back.
La decisione di utilizzare il plurale, non già Via ma Vie dell’Arte Contemporanea, indica, oltre ad una volontà di apertura, anche la decisione e la sottoscrizione di una imprevedibilità, caratteristica anch’essa dei sistemi complessi. Heinz Von Foerster parlava di
macchina non banale, macchina appunto in cui la risposta ad un input era assolutamente imprevedibile. L’imprevedibilità come risorsa. Non vi è una via per affrontare le quotidiane e faticose problematiche progettuali relative al mondo dell’arte e della cultura. L’apertura al molteplice, al dismogeneo è condizione necessaria poiché le soluzioni emergano spontaneamente dalla interazione dei soggetti, quella interazione il cui risultato, come dice Watzlawick, è superiore alla somma delle parti.